In un’epoca segnata da conflitti, odio e violenza, riemerge dal silenzio dei secoli un messaggio di pace che sembrava perduto. È inciso sulla pietra, in una forma antica e solenne: PAX HUIC DOMUI , ovvero <Pace a questa casa>.
Non è una semplice iscrizione, ma il nucleo del saluto che Gesù rivelò a san Francesco d’Assisi oltre ottocento anni fa. Un saluto che, inaspettatamente, riaffiora oggi a Perugia, tra le pietre di una casa privata, svelando un legame profondo tra l’insegnamento di pace cristiano, trasmesso fino a noi dall’evangelista Luca, e la scelta del fondatore dell’ordine dei Francescani di testimoniare la pace agli uomini, vivendo alla lettera le parole scritte nel Vangelo.
Il mistero della pietra
Più volte, uscendo dalla’Arco di Augusto (porta settentrionale etrusca di Perugia) e scendendo verso via sant’Elisabetta (zona dell’acquedotto medievale), il mio sguardo si è posato su un’iscrizione incisa in una pietra di spoglio, bene in vista sulla parete esterna di un edificio privato. Sebbene la pietra bianca sia un po’ annerita e consumata dal tempo, la prima parte della misteriosa epigrafe è ancora leggibile: <IN NOMINE IESU / PAX> che tradotto dal latino suona: nel nome di Gesù, pace….
Le parole che seguono PAX non sono leggibili, in particolare le lettere finali dell’iscrizione sono talmente consunte da rendere il contenuto dell’intera iscrizione difficilmente interpretabile.
Tuttavia, qualche mese fa, passando davanti all’ enigmatica epigrafe di via sant’Elisabetta a Perugia, ho avuto improvvisamente una felice intuizione: la frase incisa non rappresenterebbe un generico augurio di pace cristiano, ma sarebbe la testimonianza del più antico e autentico saluto francescano, trasmesso dal santo ai suoi frati prima nella Regola e poi nel Testamento.
Dopo PAX si legge HUIC e a seguire tre lettere, molto rovinate, che a mio avviso andrebbero lette DOI. Si tratterebbe di un’abbreviazione per contrazione del sostantivo latino do(mu)i , dativo di domus. Tali abbreviazioni sono tipiche nei testi e nelle epigrafi del basso medioevo. L’intera frase starebbe dunque a significare: In nomine Jesu / Pax Huic Domui, ovvero Nel nome di Gesù pace a questa casa.
Le parole che seguono PAX non sono leggibili, in particolare le lettere finali dell’iscrizione sono talmente consunte da rendere il contenuto dell’intera iscrizione difficilmente interpretabile.
Tuttavia, qualche mese fa, passando davanti all’ enigmatica epigrafe di via sant’Elisabetta a Perugia, ho avuto improvvisamente una felice intuizione: la frase incisa non rappresenterebbe un generico augurio di pace cristiano, ma sarebbe la testimonianza del più antico e autentico saluto francescano, trasmesso dal santo ai suoi frati prima nella Regola e poi nel Testamento.
Dopo PAX si legge HUIC e a seguire tre lettere, molto rovinate, che a mio avviso andrebbero lette DOI. Si tratterebbe di un’abbreviazione per contrazione del sostantivo latino do(mu)i , dativo di domus. Tali abbreviazioni sono tipiche nei testi e nelle epigrafi del basso medioevo. L’intera frase starebbe dunque a significare: In nomine Jesu / Pax Huic Domui, ovvero Nel nome di Gesù pace a questa casa.
Dalle Crociate alla Regola, il disegno di pace di Francesco
Non si tratta di un saluto di pace inventato da san Francesco, ma del saluto trasmesso da Gesù ai suoi discepoli. Si legge infatti nel Vangelo di Luca: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa” (10, 5). Francesco fece sue le parole dell’evangelista, elevandole a pilastro della sua missione evangelica.
Il saluto che Gesù aveva rivolto ai discepoli, fu ripreso testualmente dal santo di Assisi che lo inserì identico nel capitolo XIV della sua Regola “non bullata”[1] , redatta da Francesco tra il 1220 e il 1221, ovvero poco dopo la sua partenza dal regno latino di Gerusalemme e dalla Terra Santa.
Il contesto storico è quello dell’anno 1219, quando Francesco e altri suoi compagni partirono in nave per raggiungere le terre d’Oltremare dove da due anni si svolgeva la V Crociata. Di alcune cruente battaglie il frate di Assisi fu testimone mentre si trovava in Egitto, più precisamente a Damietta, dove Francesco riuscì infine ad incontrare il sultano Al-Kamil, senza alcun timore di attraversare il campo nemico e rischiare la morte per mano dei Saraceni. Il sultano d’Egitto era un sovrano “illuminato” di fede islamica, il cui nome significava “il Re Perfetto” ed accolse l’umile frate cristiano con rispetto, ascoltandolo ed ospitandolo per molti giorni, come testimoniano le fonti coeve. Quell’esperienza tra i fratelli Sufi (sacerdoti che attorniavano il Sultano) coinvolse profondamente Francesco ed è altamente probabile che influenzò la stesura della Regola non bullata del 1221, dove un intero capitolo era dedicato a quei frati che volevano andare a testimoniare la parola di Gesù nel mondo a genti di fede diversa (i cosiddetti INFEDELI).
Francesco dovette scontrarsi con il comportamento bellicoso e intransigente del cardinale Pelagio, il legato pontificio in Terra Santa che in quegli anni guidava l’assedio di Damietta. Pelagio non solo non volle lasciare a Francesco il permesso di andare nel campo nemico, ma rifiutò persino le vantaggiose trattative di pace del Sultano, nonostante le generose concessioni comprendessero la restituzione di Gerusalemme ed altri luoghi santi per i cristiani e nonostante l’ offerta di una tregua trentennale tra i due eserciti nemici.
Francesco lasciò infine la Terra Santa, probabilmente deluso dal proseguire dell’assedio e della guerra e disgustato da tanta inaudita violenza. Eppure l’umile frate non abbandonò il suo disegno di Pace, come testimoniato dal saluto di Gesù che il santo volle inserire nella Regola e che da allora divenne il saluto francescano. Poco prima di morire, Francesco volle inserire quel saluto di pace anche nel sua Testamento spirituale, un documento dettato da Francesco morente che oggi appare quasi un atto di resistenza spirituale alla violenza del mondo.
Nel testo originale del testamento, giunto fino a noi, Francesco dice testualmente: «Dio mi rivelò che dicessi questo saluto: che Dio ti dia pace» .
Francesco dovette scontrarsi con il comportamento bellicoso e intransigente del cardinale Pelagio, il legato pontificio in Terra Santa che in quegli anni guidava l’assedio di Damietta. Pelagio non solo non volle lasciare a Francesco il permesso di andare nel campo nemico, ma rifiutò persino le vantaggiose trattative di pace del Sultano, nonostante le generose concessioni comprendessero la restituzione di Gerusalemme ed altri luoghi santi per i cristiani e nonostante l’ offerta di una tregua trentennale tra i due eserciti nemici.
Francesco lasciò infine la Terra Santa, probabilmente deluso dal proseguire dell’assedio e della guerra e disgustato da tanta inaudita violenza. Eppure l’umile frate non abbandonò il suo disegno di Pace, come testimoniato dal saluto di Gesù che il santo volle inserire nella Regola e che da allora divenne il saluto francescano. Poco prima di morire, Francesco volle inserire quel saluto di pace anche nel sua Testamento spirituale, un documento dettato da Francesco morente che oggi appare quasi un atto di resistenza spirituale alla violenza del mondo.
Nel testo originale del testamento, giunto fino a noi, Francesco dice testualmente: «Dio mi rivelò che dicessi questo saluto: che Dio ti dia pace» .
Sulle tracce della chiesa perduta di Sant’Elisabetta
Ma da dove può provenire la pietra di spoglio di Perugia che reca il saluto primitivo di pace di Francesco? La mia ipotesi è che appartenga alla scomparsa chiesa medievale di Sant’Elisabetta, un edificio francescano che un tempo sorgeva nelle immediate vicinanze dell’iscrizione, nei pressi dell’antico acquedotto medievale. Oggi, al suo posto, sorgono le facoltà di Matematica e Chimica, e della chiesa medievale non resta traccia.
Sant’Elisabetta era la regina d’Ungheria, ma scelse come san Francesco la povertà assoluta, rinunciando alla corona e a tutti i suoi averi, per dedicarsi unicamente agli ultimi e ai poveri, vestita da umile penitente. La pietra perugina incisa potrebbe provenire dalla perduta chiesa intitolata alla santa francescana Elisabetta d’Ungheria, la cui storia si intreccia strettamente con quella di Perugia, poiché in questa città la santa fu canonizzata nell’anno 1235, nella chiesa di San Domenico, alla presenza di papa Gregorio IX.
Tornando al contenuto dell’iscrizione, vi è un’ulteriore prova a conferma che il saluto Pax huic domui sia stato il vessillo identificativo di Francesco. la prova si trova nel monastero benedettino di Subiaco, dove all’interno della cappella di San Gregorio si conserva un celebre affresco che ritrae il santo di Assisi senza aureola e persino senza le stimmate, lasciando pensare che esso possa risalire addirittura a una data anteriore al 1224.
Tuttavia la compianta studiosa Chiara Frugoni datò il ritratto di Subiaco al biennio 1228/1229.
Ciò che vorrei qui porre all’attenzione del lettore è in particolare il cartiglio che nell’affresco di Subiaco il santo tiene nella mano destra, poiché vi si legge chiaramente il nostro saluto di pace: Pax huic domui. Prima dei restauri, in fondo all’iscrizione, appariva chiaramente anche la sigla, L C X V, da interpretare verosimilmente come riferimento biblico al brano del vangelo di Luca 10,5.
Questo affresco conferma dunque in modo inequivocabile che il saluto inciso sulla pietra perugina è il medesimo che Francesco insegnò e trasmise ai suoi frati, un saluto di pace che riprende alla lettera quello trasmesso da Gesù ai suoi discepoli.
Ciò che vorrei qui porre all’attenzione del lettore è in particolare il cartiglio che nell’affresco di Subiaco il santo tiene nella mano destra, poiché vi si legge chiaramente il nostro saluto di pace: Pax huic domui. Prima dei restauri, in fondo all’iscrizione, appariva chiaramente anche la sigla, L C X V, da interpretare verosimilmente come riferimento biblico al brano del vangelo di Luca 10,5.
Questo affresco conferma dunque in modo inequivocabile che il saluto inciso sulla pietra perugina è il medesimo che Francesco insegnò e trasmise ai suoi frati, un saluto di pace che riprende alla lettera quello trasmesso da Gesù ai suoi discepoli.
Un patrimonio da salvare
Mi auguro che con quest’articolo l’ iscrizione della pietra perugina di via Sant’Elisabetta, da me interpretata in senso francescano, possa essere al più presto ripulita e valorizzata, poiché essa rappresenta una rarissima e preziosissima testimonianza del saluto francescano primitivo, senza dubbio il più antico e il più autentico, a quanto pare in seguito dimenticato, e forse sostituito dal più celebre “Pax et Bonum”, ancora in uso tra i frati francescani.
di Antonella Bazzoli
[1] La regola non “bullata” è quella che il pontefice non volle approvare. Per l’approvazione della nuova regola riveduta e corretta occorrerà attendere il 1223.
[2] Cfr. C. Frugoni, L’invenzione delle stimmate, 1993, Torino, Einaudi, pp. 269-274
- Il ritratto si trova insieme ad altri affreschi nella cappella che sappiamo essere stata consacrata prima del 1227 dal vescovo di Ostia Ugolino, colui che da lì a poco sarebbe salito al soglio pontificio col nome di Gregorio IX. ↩︎







































