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Home IL SIMBOLO E IL SACRO Culti e devozione

L’origine greca del toponimo “Ghea”

by Antonella Bazzoli
06/05/2026
in Culti e devozione, ULTIME SCOPERTE
L’origine greca del toponimo “Ghea”

 

Lungo la via Flaminia, laddove l’antica strada consolare passa ai piedi del monte Cucco, s’incontra il borgo di Purello, la cui storia e le cui radici si legano alla presenza di un santuario intitolato alla Madonna della Ghea.
Situato in posizione dominante su un colle pianeggiante, l’edificio ha un portico che gli gira tutto intorno da cui si scopre un’ampia visuale, digradante ad est verso le alte cime dell’Appennino umbro-marchigiano e spaziando invece nelle altre direzioni verso un dolce paesaggio collinare che fa da corona alla chiesa mariana. Si intuisce che questo luogo dovette essere ritenuto sacro fin dalla notte dei tempi.

La posizione strategica del santuario della Ghea induce a ritenere che il sito sia stato frequentato già in epoca precristiana. Chissà? Forse qui gli antichi Umbri veneravano Cupra, la dea madre italica che proteggeva le acque, il cui culto è attestato in molti luoghi dell’Umbria e delle Marche, come a Fossato di Vico, dove è stata ritrovata un’ iscrizione che riporta il suo nome.
Il sito della Ghea fu verosimilmente frequentato non soltanto per finalità devozionali e religiose, ma anche per esigenze di carattere difensivo e militare. E’ quanto emerge dall’analisi di documenti che attestano la presenza sul poggio della Ghea di un insediamento fortificato medievale. È inoltre plausibile che già nell’alto medioevo l’area sia stata utilizzata come roccaforte bizantina con funzione di contenimento e difesa nei confronti dell’espansione longobarda.

A tal proposito, giova ricordare come questo tratto della via Flaminia rivestisse già al tempo delle invasioni dei Goti, e poi ancora nel periodo delle conquiste longobarde, un ruolo strategico fondamentale come via di collegamento tra Roma, sede del papato, e Ravenna, sede dell’esarcato. L’attuale Purello si chiamava anticamente Villa Sant’Apollinare, un evidente riferimento al santo di origine orientale che fu primo vescovo di Ravenna e al quale sono dedicate le celebri basiliche ravennati di Sant’Apollinare Nuovo e di Sant’Apollinare in Classe.

Quella che in origine nacque probabilmente come villa romana, assunse nei secoli successivi una rilevante importanza politico-militare, in virtù della collocazione strategica lungo la via Flaminia, all’interno del cosiddetto “corridoio bizantino”, ossia lungo quella fascia di terra che rimase sotto l’influenza di Roma, e che nell’alto medioevo fu difesa militarmente dall’Impero romano d’Oriente, a partire dalle invasioni gotiche.

In questo contesto si inserisce la questione dell’origine etimologica del toponimo “Ghea”, la cui forma peculiare, e apparentemente isolata, solleva interrogativi interpretativi. La persistenza di una presenza bizantina nell’area, posta lungo una linea di confine con i territori longobardi, rende particolarmente significativo interrogarsi sulla possibile derivazione linguistica del termine.

Nel suo prezioso libro finito di stampare nel 1969, lo studioso Gino Sigismondi prende in considerazione l’origine del toponimo Ghea attraverso l’analisi di documenti d’archivio antecedenti al XIV secolo. Il più antico di questi risale al tempo di Ottone III (983-1002) e in esso compare il termine Glera, accanto a Fossatum, a Sigillum, e ad ad altri toponimi dello stesso territorio umbro appenninico, delimitato a nord dal Chiascio e a sud dal Topino.
Tra i documenti d’archivio che citano il sito della Ghea vi è la copia di una bolla papale di Adriano IV, datata 16 marzo 1156, che proviene dalle carte dell’antico monastero di Santa Maria d’Appennino. Vi si legge quidquid habetis in curte de Glea. Secondo Sigismondi, attraverso processi di evoluzione fonetica — in particolare la caduta delle consonanti liquide l e r — si sarebbe giunti alla forma attuale Ghea.

Continuando a sfogliare la documentazione medievale si trova la variante Glea anche in altri atti e documenti del XII e del XIII secolo, come in quello del 12 novembre 1191 dove papa Celestino III conferma il possesso di alcuni beni a un monastero di Gubbio, tra cui l’ octavam partem castri cum omnibus pertinentiis suis tam ecclesiae quam aliorum hominum de Glea, che tradotto dal latino vuol dire: l’ottava parte del castello con tutte le sue pertinenze tanto della chiesa quanto degli altri uomini della Ghea.
Successivamente il poggio su cui sorgeva il santuario fu denominato Podium Ghee, come si evince da due atti notarili del XVI secolo.
Sigismondi suggerisce inoltre che Glea possa essere un’abbreviazione del più antico termine Glera, il cui significato sarebbe genericamente “terreno”.
Certo è che il santuario della Ghea fu nei secoli del medioevo un castrum, con struttura e funzioni non solo militari ma anche economiche e amministrative. Insomma una curtis autosufficiente. Tale doveva essere il sito della Ghea al tempo di Ottone III, negli anni in cui ne fu feudatario Vico, figlio di Monaldo. Il castrum della Ghea  è citato anche in un documento del 1259, insieme a Villa Sigilli, Villa Sancte Crucis de Guliano, villa Sancti Apolinaris , Villa Colbesciani ed altri toponimi identificati con siti vicini. Il 15 marzo del 1394 il luogo viene chiamato per la prima volta in un documento Villa Ghea in vocabulo della Ghea.
In conclusione possiamo dire che il castrum della Ghea rappresentò, prima e dopo il Mille, un avamposto strategico lungo il cosiddetto corridoio bizantino, a difesa da Goti e Longobardi, trovandosi lungo la via che collegava Roma a Ravenna, e che si sia sviluppato diventando una curtis feudale, caratterizzandosi quindi per un’economia curtense chiusa e autosufficiente.

Personalmente sono d’accordo con il Sigismondi quando ipotizza cje il toponimo Ghea sia di origine greca, anche se ritengo che il termine non derivi genericamente da “terreno” ma derivi invece dal termine greco panaghía (παναγία), sostantivo femminile, utilizzato nella tradizione cristiana orientale per designare la Vergine Maria col significato di “tutta santa”  o “santissima”. Tale appellativo, ampiamente attestato  nella liturgia e nell’iconografia bizantine (dove compare frequentemente accanto alle raffigurazioni della Madre di Dio) è testimoniato anche dall’intitolazione di alcune chiese medievali bizantine. Nell’isola greca di Lefkada, ad esempio, ho trovato un santuario mariano dall’architettura tipicamente bizantina, che ancora oggi conserva il nome originale di Panaghía (vedi foto sottostante).

Il termine panaghía presenta una evidente assonanza con il toponimo “Ghea”, anche tenendo conto della corrispondenza grafica tra la vocale greca heta (H) con l’acca latina (H).
Il toponimo Ghea potrebbe quindi derivare, per evoluzione fonetica e adattamento linguistico, dal greco παναγία, sostantivo femminile il cui corrispondente maschile è πανάγιος, composto da pan (tutto) e hágios (santo).

La mia ipotesi interpretativa appare coerente con il contesto storico dell’area, caratterizzata per secoli dalla presenza di contingenti bizantini e da una significativa influenza culturale e linguistica di matrice greco-orientale. È plausibile che l’ appellativo mariano di origine greca possa essersi trasmesso nel tempo, attraverso la tradizione orale e la devozione popolare, subendo progressivi adattamenti fonetici e forse anche grafici, fino a stabilizzarsi nella forma attuale.

Non appare privo di interesse il fatto che tale interpretazione sia maturata proprio il 5 agosto, data in cui, nel borgo umbro di Purello, si celebra tradizionalmente la festa della Madonna della Ghea. In tale occasione, la statua lignea della Vergine con il Bambino viene trasportata in processione dalla chiesa del paese fino al santuario situato sul poggio, secondo un rituale consolidato caratterizzato da pratiche devozionali collettive, quali orazioni, canti, illuminazioni notturne e fuochi d’artificio .

Ulteriori riscontri a sostegno di questa interpretazione provengono dal patrimonio artistico locale. Dall’area di Purello, l’antica Villa Sant’Apollinare, provengono due bellissime sculture lignee medievali raffiguranti la Vergine, e riconducibili a modelli stilistici di ambito romanico-bizantino. Una di esse è attualmente conservata presso la Galleria Nazionale dell’Umbria (vedi foto sottostante), mentre l’altra è custodita nella chiesa di Purello (dedicata a sant’Apollinare) e in occasione della festività del 5 agosto viene trasportata a braccio in processione notturna fino al santuario della Ghea.

Particolarmente significativa è infine una testimonianza orale, raccolta in loco, secondo cui una delle due sculture veniva designata, almeno fino agli anni Settanta del Novecento, con il termine “basilissa”, ovvero in greco l’“imperatrice”. Tale denominazione, lungi dall’essere un semplice appellativo devozionale, sembra riflettere una stratificazione culturale profonda, riconducibile alla tradizione bizantina, nella quale la Vergine è frequentemente associata a una dimensione regale.

In conclusione, si può ritenere che il santuario della Madonna della Ghea, noto anche come santuario della Madonna della Neve, abbia conservato nel proprio toponimo una traccia significativa di origine altomedievale, verosimilmente connessa alla presenza e all’influenza di comunità greco-bizantine. Tali comunità — costituite da militari, funzionari e nuclei familiari — si insediarono in questo territorio dell’Italia centrale nell’ambito dell’organizzazione politico-militare dell’Impero romano d’Oriente, contribuendo a plasmare, in modo duraturo, il paesaggio culturale e religioso locale.

testo e foto di Antonella Bazzoli, 31 marzo 2026

 

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