Lungo la via Flaminia, laddove l’antica strada consolare romana passa ai piedi del monte Cucco, s’incontra Purello, piccolo borgo umbro la cui storia e le cui radici si legano alla presenza di un santuario mariano intitolato alla Madonna della Ghea.
Situata in posizione dominante, questa chiesa di campagna è circondata da un portico che si apre tutto intorno, scoprendo ad est le alte cime dell’Appennino umbro-marchigiano, e nelle altre direzioni della rosa dei venti un paesaggio collinare di rara ed estrema bellezza. Si tratta verosimilmente di un luogo ritenuto sacro fin dalla notte dei tempi.
La posizione strategica del santuario induce infatti a ritenere che il sito sia stato frequentato già in epoca precristiana.
Chissà? Forse qui l’antico popolo degli Umbri venerava la dea Cupra, divinità italica protettrice delle acque, il cui culto è attestato anche da reperti archeologici rinvenuti in luoghi vicini al santuario della Ghea, come a Fossato di Vico in località Campo all’Aja, da dove proviene la famosa iscrizione Cubrar Matrer, incisa su una lamina in bronzo e applicata sull’orlo di una cisterna.
Con molta probabilità, nel corso del medioevo, il sito dove sorge il santuario della Ghea non fu frequentato soltanto a scopo religioso, ma anche per esigenze di carattere difensivo e amministrativo.
Alcuni documenti medievali sembrerebbero infatti attestare la presenza di un insediamento fortificato sul poggio della Ghea. In particolare, nell’alto medioevo, quest’area doveva rappresentare una roccaforte bizantina, con funzione di contenimento e difesa nei confronti dell’espansione longobarda.
A tal proposito giova ricordare come questo tratto della via Flaminia abbia rivestito, fin dal tempo delle invasioni dei Goti prima, e dei Longobardi poi, un ruolo strategico fondamentale come via di collegamento tra Roma, sede del papato, e Ravenna, sede dell’esarcato.
L’attuale abitato di Purello si chiamava in origine Villa Sant’Apollinare, toponimo con evidente riferimento al primo vescovo di Ravenna, di origine orientale, cui furono intitolate le celebri basiliche di Sant’Apollinare Nuovo e di Sant’Apollinare in Classe.
Da Castrum a Curtis. Lo sviluppo di un sito strategico.
In questo contesto storico e geografico si inserisce la questione dell’origine del termine Ghea, la cui forma peculiare, apparentemente isolata, solleva interrogativi interpretativi.
Nel suo libro dedicato al santuario mariano di Purello, finito di stampare nel 1969, lo studioso Gino Sigismondi prendeva in considerazione l’origine del toponimo Ghea attraverso l’analisi di documenti d’archivio medievali. Nel più antico di questi, risalente al decimo secolo, compare il termine Glera accanto a Fossatum, Sigillum e ad altri toponimi, facilmente identificabili con siti e monasteri del territorio umbro appenninico, delimitato a nord dal fiume Chiascio e a sud dal fiume Topino. Per lo studioso una diversa variante dello stesso toponimo comparirebbe in una copia di bolla papale, del 1156, proveniente dal vicino monastero di Santa Maria d’Appennino. In tale atto si fa riferimento ad una curtis in località Glea, toponimo che secondo il Sigismondi, attraverso processi di evoluzione fonetica, in particolare attraverso la caduta delle consonanti liquide l ed r (elle ed erre), avrebbe portato alla forma attuale Ghea. Continuando a sfogliare la documentazione medievale, vediamo che la variante Glea compare anche in un documento del 1191, in cui papa Celestino III conferma il possesso di alcuni beni a un monastero di Gubbio, tra cui “l’ octavam partem castri cum omnibus pertinente suis tam ecclesiae quam aliorum hominum de Glea”, che tradotto significa: “l’ottava parte del castello con tutte le sue pertinenze tanto della chiesa quanto degli altri uomini di Glea”.
Solo successivamente, come si evince da due atti notarili del XVI secolo, troviamo traccia nei documenti d’archivio del toponimo attuale: Podium Ghee, ovvero Poggio della Ghea,
Resta il dubbio se le varianti Glera e Glea facciano entrambe riferimento all’attuale toponimo Ghea. Certamente è verosimile che il poggio su cui oggi sorge il santuario mariano si sia sviluppato già in età medievale come castrum, ovvero come struttura fortificata con funzioni non solo militari ma anche economiche ed amministrative, sul modello di una curtis di tipo autosufficiente.
Tale doveva essere l’insediamento fortificato intorno alla fine del X secolo, quando Lupo detto Vico, figlio di Monaldo conte di Nocera, lo ottenne in feudo dall’Imperatore Ottone III.
Il castrum è citato anche in un documento del 1259, insieme a Villa Sigilli, Villa Sancte Crucis de Guliano, villa Sancti Apolinaris, Villa Colbesciani, e altri luoghi, facilmente identificabili con chiese e insediamenti non distanti dalla chiesa della Madonna della Ghea.
Tuttavia è solo verso la fine del ‘300 che il sito su cui sorge il santuario mariano viene denominato Villa Ghea in vocabulo della Ghea, come si legge in un documento del 15 marzo 1394.
Alla luce di tutto ciò si fa sempre più concreta l’idea che il castrum di Purello abbia rappresentato un avamposto strategico fortificato lungo il cosiddetto “corridoio bizantino”, utile militarmente ai soldati dell’Impero romano d’Oriente per controllare l’importante via di comunicazione che collegava Roma a Ravenna al tempo delle invasioni gotiche, prima, e di quelle longobarde poi. Nel corso del medioevo l’insediamento si sarebbe poi sviluppato da castrum a curtis feudale, caratterizzandosi da un punto di vista amministrativo con un’ economia di tipo curtense, di tipo chiusa ed autosufficiente.
Sempre nel suo libro dedicato al santuario mariano di Purello, il Sigismondi ipotizzava che il toponimo Ghea avesse a che fare con la lunga presenza greco-bizantina nel territorio preso in esame. Un’ipotesi indubbiamente coerente con il contesto storico e politico di quest’area, ritenuta militarmente strategica e pertanto controllata nei secoli da contingenti militari dell’Impero romano d’Oriente. Ecco perché questa zona dell’Appennino centrale, geograficamente chiusa poiché delimitata da confini naturali di fiumi monti, restano ancora oggi le tracce di una persistente influenza culturale, religiosa e linguistica di matrice greco-orientale, soprattutto nei nomi e nei toponimi di chiara origine bizantina.
Interrogandosi sul significato etimologico del toponimo Ghea, il Sigismondi riteneva che esso derivasse dalla radice latina: gleba (o glaeba) che si può tradurre zolla di terra, campo, fondo da coltivare. Secondo lo studioso Ghea significherebbe genericamente “terreno”.
Un’ipotesi inedita: Ghea dal greco Aγία
La mia ipotesi, che pubblico per la prima volta con questo articolo su EVUS.IT, è invece la seguente: il nome Ghea, con riferimento al santuario mariano di Purello, avrebbe un’origine greca, e non latina, e deriverebbe nello specifico dal termine Παναγία (leggasi: panaghía), appellativo molto popolare in Grecia per designare la Vergine Maria. L’appellativo mariano è di origine bizantina e viene ancora oggi utilizzato, nella tradizione cristiana orientale, col significato di “tutta santa” o “santissima”.
Il termine παναγία è un sostantivo femminile, composto da παν (tutta) e άγια (santa), che ha il suo corrispondente maschile in πανάγιος (nome composto da παν e άγιος) .
Secondo la mia ipotesi tale appellativo si sarebbe affermato nella liturgia mariana e nella devozione popolare subendo, nel corso dei secoli, una trasformazione grafica e fonetica per adattamento linguistico, giungendo attraverso la perdita della vocale iniziale ά (alpha) in άγια, alla forma attuale Ghea. Tale ipotesi è suffragata dall’evidente assonanza grafica, e fonetica, dei due termini (a)ghía e Ghea. Ed è probabile che in tale trasformazione abbia avuto un ruolo anche la corrispondenza grafica tra la vocale greca heta (H) e l’acca latina (H).
Interessante è scoprire che in Grecia l’appellativo mariano Παναγία (panaghía) è ampiamente attestato nella lingua parlata, dove si usa spesso come esclamazione o invocazione per esprimere stupore, sconcerto o sollievo. Ad esempio la frase: ” Ω, Παναγία μου!” corrisponde all’esclamazione “Oh, Madonna mia!” .
Anche nella liturgia e nell’iconografia di tradizione bizantina viene usato frequentemente l’appellativo παναγία, in particolare nelle raffigurazioni della Madre di Dio.
Recentemente, trovandomi nell’isola greca di Lefkada, ho potuto constatare di persona che tale appellativo mariano è usato spesso anche come toponimo, con riferimento ad edifici sacri che nel medioevo erano già intitolati a Maria Santissima. Nel piccolo borgo di Vonitsa, ad esempio, ai piedi di un suggestivo castello risalente al X o XI secolo, si conserva una piccola chiesa dalla tipica architettura bizantina, con absidi disposte a croce greca, che conserva ancora il nome originale Panaghía (vedi foto sottostante).
Tale titolo è ampiamente attestato come toponimo anche in altri villaggi ed isole greche, nonché a Cipro. Si tratta in genere di luoghi chiamati Panaghía che devono il toponimo alla presenza di preesistenti monasteri o chiese, già intitolati a Maria Santissima.

Concludendo, la mia ipotesi è che il toponimo Ghea derivi da un appellativo di origine greca riferito alla santità di Maria, legato alla presenza prolungata e persistente di funzionari imperiali, soldati e loro nuclei familiari, giunti fin qui nei secoli dell’alto medioevo dall’Impero Romano d’Oriente, e insediatisi in questo tratto appenninico della via Flaminia, a difesa e controllo dell’importante striscia di territorio che collegava Roma a Ravenna.
Ritengo plausibile che l’appellativo aghía, nel suo significato di santa, si sia facilmente mantenuto in quest’area a nordest dell’Umbria rimasta per secoli geograficamente isolata, sia attraverso la tradizione orale sia tramite la devozione popolare, pur avendo subito nel tempo progressivi adattamenti fonetici e grafici (come la caduta della prima vocale nel termine aghía) fino a stabilizzarsi nella forma attuale Ghea.
Due sculture lignee medievali da Villa sant’Apollinare.
Ulteriori riscontri a sostegno di questa mia interpretazione sembrano provenire dal patrimonio artistico locale.
Sempre dal paesino di Purello, l’antica Villa Sant’Apollinare, provengono infatti due bellissime sculture lignee medievali raffiguranti la Vergine, riconducibili stilisticamente a modelli di ambito romanico-bizantino.
Una di esse, proveniente dalla chiesa di Santa Croce di Culiano, già appartenuta all’ordine dei cavalieri Templari, è attualmente conservata presso la Galleria Nazionale dell’Umbria a Perugia.
L’altra, invece, custodita nella chiesa parrocchiale di Puerto intitolata a sant’Apollinare, viene portata in processione una volta all’anno, la sera prima della festa mariana del 5 agosto. Il simulacro della Madonna col bambino è accompagnato da un corteo che prega, canta e illumina il percorso con torce e candele e all’arrivo presso il santuario uno spettacolo di fuochi pirotecnici saluta la Madonna della Ghea. All’interno del santuario i fedeli restano svegli a turno, per tutta la notte, vegliando la statua della Madonna che tiene in braccio il bambino Gesù.
Voglio infine riportare una testimonianza orale, raccolta in loco e attestata almeno fino agli anni Settanta del secolo scorso, che riporta come l’appellativo Basilissa (in greco: imperatrice) fosse usato dai fedeli per designare la scultura lignea incoronata, il cui culto è associato al santuario della Ghea.
Tale denominazione, lungi dall’essere un semplice appellativo devozionale, sembra riflettere una stratificazione culturale profonda, riconducibile anche in questo caso alla tradizione greco-bizantina, nella quale la Vergine Maria è associata a una dimensione regale e divina.

Testi e foto di Antonella Bazzoli, 19 febbraio 2026







































