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Home DENTRO LA STORIA Il Medioevo

Bonvicino e i Flagellanti

by Antonella Bazzoli
24/04/2026
in Il Medioevo
Bonvicino e i Flagellanti

Cari amici di Evus, oggi vi propongo un breve racconto storico che vede protagonista fra Bonvicino, frate proveniente da Assisi che fu precettore templare di Perugia e vicino a vari pontefici in veste di guardia del corpo (cubicularius), in particolare a Gregorio IX e a Innocenzo IV.
Il breve testo , ambientato presso la chiesa di San Bevignate a Perugia, fa dialogare fra Bonvicino e Raniero Fasani, penitente e fondatore del movimento dei Flagellanti .
La loro storia si intreccia con quella dei francescani della metà del XIII secolo e con il culto locale di san Bevignate, eremita che la Chiesa non volle canonizzare…

La nuova chiesa nel bosco sacro.
Siamo alle Calende di Maggio nell’ Anno del Signore 1260. Il sole splende alto sopra l’orizzonte mentre fra’ Bonvicino entra nella chiesa ancora in costruzione. I lavori architettonici sono ormai prossimi alla conclusione e a dirigerli è il frate originario di Assisi che, nella veste di praeceptor, gestisce la potente e vasta domus templare di Perugia. Già divenuto famoso e molto rispettato per la sua carica di cubicularius papale (guardia del corpo del pontefice) fra’ Bonvicino è ora a capo della magione templare di San Giustino e San Girolamo, i cui confini si estendono da Perugia verso nord est, fino a raggiungere Costacciaro e il monte Cucco.
Fra’ Bonvicino sta osservando attentamente la cortina muraria del nuovo edificio: vi hanno lavorato le stesse maestranze che hanno pure edificato le vicine chiese di Santa Maria di Monteluce e Santa Maria di Valdiponte. Bonvicino si sente soddisfatto nel vedere davanti a sé l’imponente ed austero edificio, in realtà più simile architettonicamente ad una fortezza inespugnabile che ad una nuova chiesa, sorta  sul luogo di un’antica cappella suburbana. Secondo la tradizione qui san Bevignate sarebbe vissuto da eremita e avrebbe costruito una prima cappella, intitolata a san Girolamo, da cui il nome della magione templare.
Presso quel luogo selvaggio fuori le mura, in una selva che nel medioevo si estendeva verso nord-est, l’ eremita Bevignate aveva vissuto operando miracoli in vita e, dopo la morte, cominciò ad essere venerato dalla popolazione locale e dai monaci della precettoria templare perugina. 

La nuova chiesa, caratterizzata da un’unica navata a pianta quadrangolare, appariva semplice e spoglia architettonicamente ricordavando a fra’ Bonvicino le cappelle templari che i suoi confratelli avevano costruito in Terra Santa. Il frate di Assisi era fiero di come procedevano i lavori.
Sul retro dell’edificio, presso un grande pozzo dall’ampia vera ottagonale, un monaco stava attingendo l’acqua utilizzata dagli operai per impastare la calce. “ I lavori sono a buon punto e tutto riflette la povertà e il rigore della nostra regola. Disse Bonvicino rivolgendosi al mastro costruttore e aggiungendo: – A giorni arriverà la mensa marmorea che ho richiesto ai canonici della cattedrale. E potrete montarla sopra l’altare!”
Il progetto architettonico, avviato solo quattro anni prima, avrebbe aggiunto la nuova chiesa di Sancti Benvegnatis alle già numerose proprietà della Domus militie templi sanctorum Iustini et Ieronimi (anche detta domus fratris Bonvicinis), la casa templare perugina i cui possedimenti si estendevano verso est e verso nord, fino a comprendere vasti territori delle diocesi di Assisi, di Gubbio e di Nocera Umbra.

particolare di affresco che ritrae san Bevignate. Foto A. Bazzoli

A quell’ora un fascio di luce penetrò all’interno dall’abside, attraverso la grande bifora che si apriva nella tribuna. Il sole avrebbe continuato ad illuminare la chiesa fino al tramonto, quando la luce sarebbe entrata da ovest, attraverso il rosone al centro della parete di controfacciata.
Fra’ Bonvicino provò ad immaginare gli affreschi che presto avrebbero ricoperto le pareti interne: dietro l’altare immaginò i simboli dei quattro evangelisti intorno al Redentore. Cristo sulla croce sarebbe stato affiancato da Giovanni e da Maria sua madre. Nel registro più basso, dietro l’altare, avrebbe fatto affrescare scene di vita di san Bevignate, l’eremita al quale la chiesa sarebbe stata intitolata.
Non sarebbe mancata un’immagine di Maria Maddalena, rappresentata ricoperta dai lunghi capelli, come trentacinque anni prima il pittore Bonamico l’aveva raffigurata nella chiesa perugina di San Prospero. La parete di controfacciata avrebbe invece ospitato scene ispirate alla vita dei cavalieri Templari in Terrasanta: da un lato soldati crociati in battaglia contro gli Infedeli, dall’altro monaci cristiani di bianco vestiti, e san Girolamo tra questi, in un monastero circondato da palme e leoni.

Ritratto di un flagellante (forse Raniero Fasani?). Chiesa di San Bevignate. Foto A.Bazzoli

L’incontro con il corteo dei Flagellanti.
Improvvisamente fra’ Bonvicino sentì un canto cupo provenire da lontano. Si voltò e vide un corteo che si avvicinava alla chiesa in costruzione. A capo della processione, nudo dalla cintola in su, riconobbe l’eremita francescano Raniero Fasani. A torso nudo erano anche gli uomini che lo seguivano reggendo con la mano destra un flagellum usato per colpire le spalle . L’eccentrico gruppo procedeva con un telo legato sotto i fianchi e improvvisava un canto lugubre che annunciava l’apocalisse: la fine del mondo era da tutti ritenuta imminente, come preannunciavano le profezie di Gioacchino da Fiore.
Bonvicino rimase impressionato dal sangue che scorreva lungo le ferite provocate dai flagelli. Pensò che gli sarebbe piaciuto inserire anche questa scena tra gli affreschi sulle pareti dell’abside.
Egli sapeva bene che quei penitenti al seguito di Raniero rischiavano una condanna per eresia. Le loro idee infatti erano molto simili a quelle dei gioachimiti e dei francescani spirituali. Ciò nonostante Bonvicino appoggiava la nascita di quel movimento e ci teneva che la processione dei penitenti partisse proprio dalla nuova chiesa di san Bevignate.
Fra’ Raniero raggiunse il precettore templare e lo salutò con queste parole: “Pace a te fratello e a questa casa di Dio. Come sai nostra intenzione è diffondere tra gli uomini la pace e la povertà francescana, e fare penitenzala pratica della disciplina spirituale e della flagellazione”.
“Dio ti benedica  – rispose il templare – ma ti devo avvertire fratello: ti ho sentito intonare quei canti lugubri che profetizzano la fine del mondo. Raniero ti prego, fai molta attenzione, certe idee non piacciono al pontefice. Ricordi la commissione die cardinali che Alessandro IV convocò quattro anni or sono per condannare gli scritti di Gioacchino da Fiore? Da allora le cose non sono cambiate. C’è  il rischio che le tue prediche possano essere giudicate eretiche”.
Nell’ascoltare quelle parole fra’ Raniero alzò al cielo il flagello ricoperto di sangue, quasi fosse una torcia ardente, e con sguardo estasiato rispose: “Tu sai che il nostro Santo Bevignate mi apparve in sogno e mi ordinò di rendere pubblica la penitenza che usavo praticare di nascosto e in solitudine… Con la sua protezione e la sua benedizione di cosa dovrei avere paura?”
La risposta piacque al precettore templare che, messo da parte ogni timore, tornò ad immaginare la decorazione ad affresco che da lì a poco avrebbe commissionato agli artisti: in alto, sulle pareti della tribuna, immaginò il Giudizio Universale con il Cristo circondato dagli apostoli, e nel registro inferiore la scena della resurrezione della carne, con i corpi dei morti che riprendono vita fuoriuscendo dai sarcofaghi. Tra gli eletti in Paradiso avrebbe fatto affrescare i monaci Templari, naturalmente. Immaginò poi un corteo di flagellanti che partivano da Perugia, guidati dall’amico Raniero Fasani. Bonvicino li avrebbe fatti dipingere ad altezza d’uomo, affinché chiunque, guardandoli, potesse riconoscerli e vi si potesse identificare.
“Siate i benvenuti – disse Bonvicino ai flagellanti – a partire da domani giungerà qui una moltitudine di devoti, dalla città e dal contado“. 
Per due settimane infatti, a partire dal giorno dopo, ogni attività lavorativa sarebbe stata sospesa. Così decretava l’ordinanza del podestà di Perugia che, in via del tutto eccezionale, concedeva alla cittadinanza quindici giorni di ferie straordinarie! I festeggiamenti in onore di san Bevignate sarebbero andati avanti fino al 19 maggio. “I devoti di san Bevignate si raduneranno davanti alla nuova chiesa di san Bevignate per tutta la durata delle ferie – continuò il precettore rivolgendosi ai flagellanti – e da qui faremo partire la più grande processione che si sia mai vista, un corteo di penitenti che nel nome di Bevignate raccoglierà dietro di sè decine di migliaia di fedeli”. Il precettore sapeva che di giorno in giorno il consenso verso la nuova disciplina di Fasani stava crescendo, diffondendosi a macchia d’olio. Quelle ferie straordinarie servivano a radunare la folla dei fedeli che avrebbe formato la processione dei penitenti e che sarebbe partita dal nuovo edificio voluto dai Templati e intitolato a san Bevignate. Al corteo dei flagellanti si sarebbe unita la popolazione e tutti insieme si sarebbero diretti verso la chiesa madre di San Giustino d’Arna, e poi verso Gubbio, e ancora più a nord, seguendo le vie del pellegrinaggio cristiano. Fra’ Bonvicino intuì che il movimento si sarebbe diffuso rapidamente, ma la realtà superò persino la sua immaginazione: laici, donne e bambini si unirono a migliaia alla processione dei penitenti, e man mano che procedeva verso a nord il corteo si sarebbe ingrandito, fino a ragggiungere e oltrepassare i confini della Germania, della Boemia e della lontana Polonia!  Il movimento di Fasani avrebbe dato vita a gigantesche processioni formate da decine di migliaia di persone! Un fenomeno di fervore mistico senza precedenti! 
Ma quell’entusiasmo mistico collettivo non sarebbe durato a lungo. Neanche un anno dopo, nel gennaio del 1261, papa Alessandro IV avrebbe proibito i cortei dei Flagellanti, ritenendoli pericolosi e incontrollabili, proprio come il frate templare Bonvicino per un attimo aveva temuto.
“Fra Bonvicino – disse poi Raniero Fasani – parlerai con il Santo Padre affinché il beatissimo Bevignate entri nella schiera dei santi?”
“Farò tutto ciò che è in mio potere per ottenere la conclusione del processo di canonizzazione – rispose Bonvicino –  e avrò il sostegno del Podestà di Perugia il quale invierà la richiesta ufficiale proprio in questi giorni di ferie cittadine… le autorità cittadine, da sempre filoguelfe, faranno andare tutto per il meglio”.
Le capacità politiche e diplomatiche del precettore templare erano note a tutti, non a caso il frate era stato investito dell’importante carica di guardia del corpo del papa (cubicularius) sotto il pontificato di Gregorio IX prima, e di Innocenzo IV poi.
“Grazie al tuo impegno, fra Bonvicino, il nostro Bevignate sarà canonizzato – aggiunse fra Raniero – so che Alessandro IV ti ascolterà, ne sono certo, perchè lui ti deve molto: tutti sanno che è per merito tuo se il conflitto tra Pisa e Genova si è risolto pacificamente”.
Solo tre anni prima, infatti, il precettore della domus perugina aveva partecipato ai negoziati di Viterbo, concludendo positivamente un importante incarico diplomatico: alle opposte fazioni di Ospitalieri e Templari che si trovavano allora in Sardegna (i primi alleati con Genova e i secondi con Pisa), papa Alessandro aveva ordinato di ristabilire l’ordine prendendo possesso di S. Igia ed estromettendo sia i Genovesi che la difendevano, sia i Pisani che la combattevano.

Giudizio Universale, scena della resurrezione della carne. Chiesa templare di san Bevignate (foto A. Bazzoli)

Purtroppo fra’ Bonvicino e fra’ Raniero non sapevano che il loro sogno non si sarebbe mai realizzato: nonostante i tentativi dei Perugini, che per quasi cinquant’anni avrebbero continuato a inviare richieste per concludere il processo di canonizzazione di san Bevignate, la Santa Sede avrebbe puntualmente evitato di accoglierle e a nulla sarebbe servito l’appoggio dei Templari, né quello del Comune filoguelfo di Perugia.
La campana del monastero suonò l’ora sesta. Fra Bonvicino invitò il gruppo dei penitenti a fermarsi per il pranzo. Il pasto si sarebbe svolto come sempre nel più rigoroso silenzio. Ma quel giorno sulla mensa dei monaci templari non sarebbe mancata la carne. Infatti, nonostante il divieto dettato dalla regola, che rifletteva lo spirito di astinenza di quella cistercense, fra’ Bonvicino permise, in via del tutto eccezionale, di consumare carne. Il duro ritmo di vita imposto ai fratelli in vista della conclusione dei lavori della chiesa, poteva essere paragonato a quello dei soldati impegnati in Terrasanta, gli unici tra tutti i fratelli del Tempio ad avere il privilegio di mangiare carne tre volte a settimana.

di Antonella Bazzoli

(Rivisitazione di un racconto dal titolo “Il Templare e il flagellante” che scrissi per la rivista Fuaié , nel n. 6 del mese di Giugno 2005)

 

Tags: AssisiFlagellantimedioevoPerugiaSan Bevignatetemplari
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