Da Gesù a Francesco: “Pace a questa casa”
In questo tempo dove assistiamo in varie parti del mondo a guerre, genocidi, gesti di odio e atti di violenza, giunge un messaggio di pace inciso nella pietra: PAX HUIC DOMUI, ovvero PACE A QUESTA CASA.
Quel saluto, rivelato da Gesù ad un umile frate di Assisi 800 anni fa, si può leggere ancora oggi in un’antica iscrizione latina…

Qualche mese fa, passeggiando a nord di Perugia, poco al di fuori della cinta muraria etrusca, la mia attenzione è stata catturata da un’antica iscrizione a caratteri latini, incisa su una pietra di spoglio, riutilizzata nel muro esterno di un edificio privato.
A quanto mi risulta quest’epigrafe, che si trova al di sotto di un arco nei pressi dell’acquedotto medievale, non è stata interpretata da nessuno prima d’ora come saluto di pace francescano.
La mia ipotesi è invece che l’iscrizione corrisponda esattamente al saluto francescano primitivo che il santo d’ Assisi lasciò in eredità ai suoi primi compagni.
Già in passato avevo notato quella pietra bianca, annerita e consumata dal tempo, e vi avevo letto chiaramente la frase “In nomine Jesu pax…” ovvero “nel nome di Gesù pace…” , ma le ultime due parole della riga inferiore per me restavano avvolte nel mistero e così continuai ad interrogarmi sul significato e sulla provenienza dell’iscrizione .
Poi un giorno, come spesso accade, l’intuizione è giunta improvvisa e inaspettata. L’intera frase in latino mi si è mostrata nel suo significato: ”In nomine Jesu / pax huic doi”, laddove l’enigmatico termine finale doi si è subito sciolto in domui (genitivo di domus), mostrandosi per quello che era: un’ abbreviazione per contrazione, tipica della scrittura latina medievale.
Sono così riuscita finalmente a tradurre dal latino l’intera frase : “NEL NOME DI GESU’ / PACE A QUESTA CASA”.
Quella pietra rivela un augurio di pace cristiano, ma non un saluto qualunque, quello che san Francesco d’Assisi ci lasciò in eredità prima di morire!
Si legge nel vangelo di Luca: “In qualunque casa voi entriate, prima dite: Pace a questa casa” (10, 5). Usando le stesse parole che Gesù aveva rivolto ai discepoli, anche Francesco esortò i suoi frati a portare un messaggio di pace in qualsiasi dimora fossero entrati. Tanto importante era per Francesco quel semplice saluto che Gesù gli aveva rivelato, che non solo volle inserirlo nella Regola del 1221, ma volle anche nuovamente ribadirlo nel testamento spirituale che lasciò ai frati poco prima di morire alla Porziuncola, il 4 ottobre del 1226.
«In qualunque casa voi entriate, prima dite: Pace a questa casa» si legge infatti nel capitolo XIV della regola “non bullata”[1] testo che Francesco scrisse subito dopo il suo rientro dal regno latino di Gerusalemme. L’esperienza della V crociata fu vissuta da Francesco in prima persona mentre si trovava nelle lontane terre d’Oltremare e di Siria nel 1219. Quell’esperienza traumatica di guerra, cui seguì l’ospitalità del sultano Al-Kamil, che con i suoi sacerdoti accolse Francesco alla sua corte e lo ascoltò predicare per parecchi giorni, dovettero influenzare la stesura della regola che il frate scrisse nel 1221, ma il documento non fu approvato dal pontefice e molte parti dovettero essere modificate. Ma i capitoli della prima regola giunti fino a noi, ci mostrano chiaramente che Francesco, frate Elia, Pietro Cattani e gli altri frati con lui in Egitto, avevano in mente di portare a termine una missione di pace. E se tale missione non ebbe successo fu principalmente a causa dell’ intransigenza e della bellicosità del cardinale Pelagio, che a quel tempo era il legato pontificio in Terra Santa e che rifiutò ogni accordo e ogni trattativa di pace provenienti dal sultano.
Alla luce di quei fatti il saluto di pace originale di Francesco assume un’importanza particolare: esso non fu inserito solo nella Regola “non bullata” del 1221, ma anche nel testamento spirituale che il santo dettò ai frati in punto di morte nel 1226. Nel documento originale giunto fino a noi, Francesco lascia il seguente messaggio: «Dio mi rivelò che dicessi questo saluto: che Dio ti dia pace» .
Il riferimento evangelico è in questo caso al passo in cui Gesù, dopo la resurrezione, invita i suoi apostoli a testimoniare la pace nel mondo. Riferisce l’evangelista Giovanni che quando Maria Maddalena si recò al sepolcro, Gesù si rivolse a lei dicendo: «Non mi toccare, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro». Giovanni continua il racconto riferendo che «la sera stessa di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: – Pace a voi! Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: – Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi»
Seguendo alla lettera le parole del Vangelo, come era solito fare, Francesco ordinò dunque ai frati minori di andare nel mondo per portare a tutti il messaggio di pace che a lui era stato rivelato.
Ma da dove può provenire la pietra perugina su cui è inciso il saluto di pace francescano? La mia ipotesi è che possa provenire dalla vicina chiesa medievale di sant’Elisabetta, edificio francescano che un tempo si trovava poco distante dall’epigrafe, nelle vicinanze dell’acquedotto, e che oggi purtroppo non esiste più. Al suo posto sorge la facoltà di matematica e chimica, edificio moderno al cui interno si trova un meraviglioso e grande mosaico romano, anch’esso meritevole di valorizzazione, poiché rappresenta il mito di Orfeo che attira a sé gli animali suonando la lira.
Pubblico questo articolo oggi, 17 novembre 2025, nel giorno in cui si festeggia sant’Elisabetta, considerata la fondatrice del terzo ordine francescano, morta nel 1231 e quindi contemporanea del santo di Assisi. Anche lei, sulle orme di Francesco, fece una radicale scelta di povertà assoluta, rinunciando a tutti i propri averi e al prestigioso titolo di regina d’Ungheria. Dopo la morte del consorte, il landgravio Ludovico da Turingia, la regina Elisabetta rinunciò infatti alla corona per seguire la via indicata da Francesco, diventando una penitente e dedicandosi ad aiutare poveri e malati.
La chiesa intitolata a sant’Elisabetta era stata edificata fuori le mura etrusche, a nord di Perugia, nel luogo in cui si insediarono gli ordini mendicanti. Salendo lungo il borgo settentrionale di Porta Sant’Angelo, infatti, furono edificati chiese e conventi di vari ordini, tra cui diverse comunità francescane, come le clarisse di sant’Antonio, quelle di Sant’Agnese, San Francesco delle Donne, il convento di Monteripido e, in prossimità della porta etrusca occidentale, la prima grande chiesa perugina intitolata a San Francesco, dove in seguito sorse anche l’oratorio di San Bernardino. Insomma la presenza francescana è più che documentata in questa zona a nord ovest di Perugia, e credo che a quella presenza si leghi la storia dell’ iscrizione con il saluto di pace di Francesco d’Assisi.
La perduta chiesa di sant’Elisabetta, certamente edificata dopo la canonizzazione della santa, che si tenne a Perugia nel 1235 alla presenza di papa Gregorio IX, si lega indirettamente anche alle vicende di cui furono protagonisti l’imperatore Federico II Hohenstaufen e il suo fidato consigliere frate Elia di Assisi.
Quando le sacre reliquie di Elisabetta d’Ungheria furono traslate a Marburg nella sua nuova tomba, il 1 maggio del 1236, alla solenne cerimonia partecipò l’imperatore cristiano Federico II, legato ad Elisabetta e al landgravio che era stato suo consorte, da stretti vincoli di parentela. Il potente sovrano si recò nella città tedesca di Marburg con moglie e figlio per prendere parte alla traslazione della santa, ed entrò in chiesa vestito come un umile francescano: senza corona, a piedi scalzi, con in dosso soltanto l’abito grigio del penitente. Come racconta il cronista presente alla traslazione, il monaco Cesario da Osterbach, Federico II pose sulla reliquia del cranio della santa una preziosissima corona che lui stesso aveva preso dal suo tesoro imperiale.
Contestualmente il sovrano indirizzò una lettera a frate Elia di Assisi, elencando in essa i miracoli operati dalla sua parente, e quella interessante missiva dimostra a mio avviso il forte legame che lo Svevo ebbe con i frati minori nel corso degli anni Trenta. Elia, colui che Francesco benedisse poco prima di morire, nominandolo suo erede spirituale, colui che sapientemente portò a termine la costruzione della doppia chiesa di Assisi dove il santo fu sepolto nel 1230, colui che nel 1236 rivestiva ancora la carica di ministro generale dell’ordine francescano, e che solo tre anni dopo, nel 1239, fu scomunicato e cacciato da Assisi rifugiandosi a Cortona, per essere rimasto fedele all’imperatore scomunicato, ebbene nonostante questo e per tutto questo Elia subì nei secoli successivi una durissima damnatio memoriae.
Ci sarebbe ancora molto da aggiungere in proposito, e lo farò senz’altro prossimamente, ma ora vorrei tornare a parlare del saluto francescano inciso nella pietra di Perugia, per fare notare che la stessa frase latina “Pace a questa casa”, si trova scritta anche nel cartiglio che Francesco tiene in mano in un affresco che lo ritrae a Subiaco. Mi riferisco ad un famoso ritratto che si conserva all’interno della cappella di san Gregorio, nel monastero benedettino di Subiaco.

Nel ritratto Francesco è rappresentato in piedi, con il cappuccio sul capo, ma non ha l’ aureola, né si vedono i segni dei chiodi sul costato, sulle mani o sui piedi, come se l’anonimo pittore non fosse a conoscenza del miracolo delle stimmate, o come se il ritratto risalisse a prima del 1224.
Secondo alcuni studiosi l’opera affrescata sarebbe stata realizzata quando il santo era ancora in vita, in ogni caso certamente prima della sua canonizzazione, avvenuta, come è noto, meno di due anni dopo la sua morte, nel luglio del 1228.
Sulla base di un’altra epigrafe, affrescata nella cappella di San Gregorio, la compianta studiosa Chiara Frugoni[2] datò il ritratto di Subiaco al biennio 1228/1229, ovvero al secondo anno di pontificato di papa Gregorio IX. Resta tuttavia qualche dubbio sulla datazione del ritratto affrescato, poiché esso fa parte della decorazione di una cappella che sappiamo essere stata consacrata prima del 1227 da Gregorio IX, quando cioè quest’ultimo non era ancora papa, ma con il nome Ugolino ricopriva la carica di vescovo di Ostia.
Osservando nel dettaglio il ritratto, leggiamo in alto la scritta “fr Franciscus”, ovvero frate Francesco, e notiamo pure che il santo ha la mano sinistra significativamente appoggiata all’altezza del cuore, mentre nella destra tiene un cartiglio in cui è scritto: Pax huic domui, ovvero “pace a questa casa”.
Prima dell’ultimo restauro, si leggeva ancora bene la sigla L C X V , dipinta nell’ultima riga dell’iscrizione. Lettere latine che, io credo, andrebbero interpretate: Luca 10,5. Ancora una volta il riferimento è al passo evangelico che ispirò il saluto di pace francescano, lo stesso testimoniato nell’epigrafe perugina: “In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa”.
Mi auguro che l’iscrizione da me analizzata in questo articolo venga al più presto ripulita, restaurata, e soprattutto valorizzata, poiché rappresenta, a mio parere, una rara e preziosa testimonianza del più autentico messaggio di pace, trasmesso da Francesco ai suoi frati ottocento anni fa, e solo successivamente abbandonato per essere sostituito dal noto “Pax et Bonum” (Pace e Bene), che tutti conosciamo e che ancora oggi viene usato come saluto dai frati francescani.
Antonella Bazzoli
17 Novembre 2025, festa di sant’Elisabetta d’Ungheria
[1] La regola non “bullata” è quella che il pontefice non volle approvare. Per l’approvazione della nuova regola riveduta e corretta occorrerà attendere il 1223.
[2] Cfr. C. Frugoni, L’invenzione delle stimmate, 1993, Torino, Einaudi, pp. 269-274
- Il ritratto si trova insieme ad altri affreschi nella cappella che sappiamo essere stata consacrata prima del 1227 dal vescovo di Ostia Ugolino, colui che da lì a poco sarebbe salito al soglio pontificio col nome di Gregorio IX. ↩︎
