Scoperte di Evus

Un disegno di pace di 800 anni fa

In un’epoca di crisi e profonda incertezza, il futuro appare spesso come un orizzonte indecifrabile. I conflitti globali e la contrapposizione tra blocchi minacciano i pilastri della pace e della giustizia, mentre quei diritti che ritenevamo acquisiti — protetti dalle nostre Costituzioni — sembrano oggi vacillare. In questo scenario, i valori etici vengono troppo spesso sacrificati sull’altare del profitto e di un presunto “progresso”, lasciando spazio a un declino del pensiero critico e alla diffusione dell’ignoranza.
Tuttavia, è proprio nelle fasi più oscure che dobbiamo attingere al coraggio per resistere al senso di impotenza. Possiamo fare molto, iniziando a coltivare nuove e sane abitudini nel nostro quotidiano: restando attivi, rifiutando l’apatia e riscoprendo il valore della solidarietà. È con questo spirito che vi propongo un articolo dedicato alla pace, nella speranza che la Storia possa offrirci gli strumenti per affrontare le paure del presente.
I semi della storia
Esistono eventi dimenticati che, come semi rimasti a lungo sepolti, attendono il momento opportuno per germogliare e indicarci la via. Uno di questi “semi” ci è stato lasciato otto secoli fa da un uomo che scelse di farsi povero per essere libero: Francesco d’Assisi. Figlio di un mercante e cavaliere mancato, Francesco scelse di seguire radicalmente il Vangelo, spogliandosi di ogni bene materiale. Rinunciando al mondo, divenne spiritualmente più ricco di chiunque altro, raggiungendo una libertà totale che lo portò a essere venerato come l’ Alter Christus.
Sempre ottocento anni fa, un secondo seme fu piantato da una figura diametralmente opposta, ma altrettanto straordinaria: l’imperatore Federico II di Svevia. Sovrano colto e “illuminato”, Federico riuscì a tessere una pace duratura tra popoli e fedi diverse. Il suo disegno si compì nel 1229 quando, tra le macerie diplomatiche delle crociate, sottoscrisse una tregua decennale con il Sultano d’Egitto, Al-Kamil (lo stesso sovrano che, dieci anni prima, aveva incontrato proprio Francesco).
Un ponte tra Oriente e Occidente
In un’epoca segnata da feroci scontri tra Franchi e Saraceni, in un clima di carestie e fanatismo non troppo distante dal nostro, l’accordo di Giaffa rappresentò un miracolo diplomatico. Federico II entrò a Gerusalemme senza spargimento di sangue, unendo Oriente e Occidente attraverso il dialogo anziché le armi. Fu l’incontro tra due sovrani che scelsero di credere negli stessi valori: cultura, onore, diplomazia e rispetto per l’altro.
La storia che vi racconto si svolge in Terra Santa tra il 1219 e il 1229. Non è una cronaca a lieto fine, poiché quella pace fu fragile e temporanea. Eppure, a distanza di otto secoli, quei due “semi” — il coraggio spirituale di Francesco e la lungimiranza politica di Federico — possono finalmente fiorire, trasformandosi in azioni di speranza e pensieri costruttivi per superare le ombre del nostro tempo.

di Antonella Bazzoli, 16 marzo 2020 (aggiornato 25 febbraio 2026)
Tutto cominciò nel giugno del 1219, quando l’umile frate Francesco partì da Assisi per imbarcarsi (probabilmente dal vicino porto di Ancona) su una nave di crociati diretti in Siria, carica di soldati bolognesi. Il regno latino di Gerusalemme era ormai ridotto ad un’esigua fascia costiera che si estendeva tra la Siria e la Palestina. La Città Santa di Gerusalemme, che il Saladino aveva conquistato ed occupato nel 1187,  era ancora in mano ai Saraceni. I Crociati volevano a tutti i costi riconquistare quel luogo da loro ritenuto il più santo: il sepolcro di Cristo , il luogo della sua morte e resurrezione! Ad attendere Francesco a San Giovanni d’Acri (città della Siria divenuta capitale del regno latino gerosolimitano), nell’estate del 1219, c’era il suo più fidato compagno, il sapiente frate Elia, già noto e apprezzato come diplomatico, alchimista, uomo di scienza, ed architetto. A lui il pontefice avrebbe affidato i lavori architettonici della doppia chiesa di San Francesco ad Assisi nel luglio del 1228. E sempre a lui si sarebbero rivolti , sia il papa che l’imperatore, per portare a termine delicati incarichi di natura politica e diplomatica. Il solido legame spirituale tra Francesco ed Elia fece sì che il santo di Assisi scelse scegliesse lui per inviarlo nel 1217 nelle lontane terre del Regno latino di Gerusalemme, assegnandogli in tempo di guerra una missione di pace e no minandolo ufficialmente “Ministro di Siria e d’Oltremare”. La partenza di frate Elia coincide con l’inizio della V crociata. E’ pertanto altamente probabile che Francesco abbia voluto affidare un delicato compito diplomatico al suo fidatissimo e colto amico e fratello, con l’intenzione di preparare il terreno per un dialogo di pace tra Crociati e Saraceni, al fine di riprendere Gerusalemme e i luoghi santi della cristianità attraverso la diplomazia e non con la guerra, la violenza e le devastazioni. Chi, se non il dotto frate Elia, era il più indicato per intraprendere una simile missione di pace in tempo di guerra? Francesco lo scelse, io credo, non solo per la vasta cultura che Elia possedeva in ogni campo e in ogni sapere, ma certamente anche per le capacità diplomatiche del frate suo coetaneo che, solo pochi anni dopo, lo avrebbero reso tra i consiglieri più fidati dell’imperatore Federico II e di papa Gregorio IX. beato-angelico-san-francesco-davanti-al-sultano-lindenau-museum-altenburg Giunti a San Giovanni d’Acri, probabilmente a fine luglio o inizio agosto del 1219, Francesco e gli altri frati che erano partiti con lui si diressero a Damietta, città strategica assediata dai Crociati da oltre un anno (1) . Giunto nel campo crociato di Damietta, Francesco avrebbe voluto raggiungere il campo nemico per parlare con il Sultano in persona, ma non potè farlo perché non gli fu concesso il permesso dal legato pontificio Pelagio, il bellicoso e intransigente cardinale che secondo alcuni storici sarebbe stato il principale responsabile del fallimento della V crociata. Francesco e i suoi frati furono costretti a restare nel campo dell’esercito crociato, e dovettero assistere impotenti durante il mese di agosto a scontri cruenti e a sanguinose battaglie. Io credo che lo scopo ultimo del viaggio di Francesco in Terra Santa non fosse il martirio, come sostenuto da alcuni agiografi, ma fosse provare a realizzare la pace tra Oriente e Occidente. Il Sultano d’Egitto veniva chiamato “il re perfetto” per la personalità mite, per la vasta cultura e per la spiritualità che lo caratterizzavano. Alla sua corte vivevano sacerdoti Sufi, mistici di fede islamica che attorniavano Al-Kamil in veste di maestri spirituali e di consiglieri politici e diplomatici. Vi fu una sanguinosa battaglia il 29 agosto del 1219, alla quale seguì una breve tregua concessa dal Sultano e accettata dai Franchi. Fu probabilmente in questa circostanza che Francesco riuscì ad ottenere il tanto atteso permesso che gli consentì di attraversare il campo nemico ed raggiungere la corte del Sultano. Come l’improbabile incontro tra un umile frate venuto da Assisi e il potentissimo sovrano d’Egitto possa avere avuto luogo, resta un mistero. Personalmente ritengo sia stato possibile grazie a precedenti mosse diplomatiche, adottate da frate Elia durante la sua permanenza nel Regno latino tra il 1217 e il 1219, attraverso le quali il Ministro d’Oltremare e di Siria potè creare relazioni amichevoli con i mistici Sufi che vivevano alla corte del Sultano. Fu così, io credo, che Francesco riuscì a parlare con il sultano Al-Kamil, rimanendo presso la sua corte per parecchi giorni. L’umile frate fu in grado di instaurare con il Sultano un dialogo interreligioso tra uomini di fede diversa, cristiani, ebrei e musulmani, nel nome dell’ unico Dio. I primi compagni di Francesco avevano molto in comune con i mistici Sufi: entrambi avevano fatto voto di povertà e indossavano un abito di lana semplice e grezzo dotato di un cappuccio (ricordiamo che Suf in arabo vuol dire lana).
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Fu così che Francesco fu accolto con amicizia e ospitalità dal Sultano d’Egitto e dai monaci Sufi di religione islamica, e su questo concordano tutte le fonti storiche e le cronache giunte fino a noi. Furono senza dubbio giorni nei quali alla corte di Al-Kamil si parlò di pace, e furono soprattutto giorni di dialogo e preghiera.
Ritengo che l’incontro tra Francesco e il Sultano abbia in qualche modo preparato il terreno per lo storico successivo incontro, di natura politica e diplomatica, che avrebbe avuto luogo tra Federico II e  Al-Kamil esattamente nove anni dopo. Era il 17 marzo del 1229 quando i due potenti sovrani d’Oriente e d’Occidente giunsero ad un accordo di pace che avrebbe potuto cambiare le sorti dell’umanità (evitando guerre future e forse anche quelle odierne) se solo le cose fossero andate diversamente. Il giorno seguente, il  18 marzo del 1229, Federico II Hohenstaufen entrò da vincitore nella chiesa del Santo Sepolcro non ostante la scomunica di Gregorio IX pesasse ancora sul suo capo, e recò con sé la corona di imperatore cristiano, in veste di re legittimo ed effettivo di Gerusalemme. Grazie all’accordo diplomatico (che prevedeva tra l’altro un armistizio di dieci anni tra i due eserciti nemici) furono riconquistati i luoghi più santi della cristianità, compresi Nazareth e Bethlemme. Si trattò dell’unica Crociata vinta senza l’uso di armi, senza scontri e saccheggi, senza spargimenti di sangue. Gerusalemme era stata finalmente liberata, il Monte del Tempio era tornato ad essere accessibile a tutti, e da quel momento pellegrini di fede diversa, cristiani, ebrei e musulmani, avrebbero potuto pregare insieme, ognuno secondo il proprio rito e la propria tradizione. Alla luce di questi fatti storici ritengo che il viaggio di Francesco a Damietta non fu un fallimento, ma che al contrario costituì un presupposto determinante per la riuscita della trattativa di pace sottoscritta nel 1229 da Federico II e Al-Kamil.  Col loro viaggio in Terra Santa Francesco e frate Elia riuscirono, a mio avviso, ad aprire la strada alle successive trattative diplomatiche che avrebbero avuto luogo tra il potente imperatore svevo e il Sultano d’Egitto nel corso degli anni Venti, trattative che avrebbero permesso all’imperatore cristiano di vincere la sua crociata pacificamente, di riprendere Gerusalemme attraverso la diplomazia, di veder revocata la propria scomunica e di fodere di una tregua bellica di dieci anni.   (1) La successiva presa di Damietta, il rifiuto del cardinale Pelagio di accettare le trattative di pace offerte dal Sultano, la prosecuzione degli scontri, avrebbero portato poco tempo dopo alla perdita definitiva di Damietta, decretando il fallimento della V crociata.