Un disegno di pace da Francesco a Federico II

In momenti di crisi e incertezza come quelli che stiamo vivendo a livello globale negli ultimi tempi, diventa difficile prevedere cosa possa riservarci il futuro. I conflitti in atto e la divisione cui assistiamo tra grandi blocchi contrapposti minacciano la pace e la giustizia nel mondo.  Quei diritti individuali e collettivi che davamo per scontati perchè tutelati dalle nostre Costituzioni, rischiano di non essere più garantiti come prima. I valori etici passano in secondo piano rispetto all’economia e al “progresso”. Il pensiero critico perde terreno e l’ignoranza dilaga…
Tuttavia è proprio nei momenti più critici che occorre armarsi di coraggio per resistere e per superare il senso d’impotenza che ci coglie.
Molto infatti si può fare, cominciando a creare nuove e sane abitudini a partire dal  nostro piccolo; impegnandoci a restare attivi e ottimisti senza cadere nella trappola dell’inazione o , peggio ancora, dell’indolenza e dell’apatia; sostenendoci gli uni con gli altri e rimanendo uniti e solidali.
E’ con questa intenzione che vi propongo un articolo che parla di pace, augurandomi che dalla storia passata possa giungerci un aiuto per affrontare oggi le paure e le incertezze del nostro presente.

Come semi di pace rimasti a lungo sotto terra, e pronti a germogliare al momento opportuno, alcuni eventi dimenticati del nostro passato possono  riemergere dall’oblio e indicarci  il cammino da intraprendere.
Uno di questi “semi” destinati a germogliare, ci fu lasciato in eredità otto secoli fa da un uomo santo che scelse di vivere come Gesù, un cavaliere figlio di un mercante che scelse di seguire alla lettera il Vangelo e per questo rinunciò a possedere qualsiasi bene terreno e fece voto di Povertà. So che non ha bisogno di presentazioni e che avrete già intuito il suo nome: Francesco, o meglio Franciskus come lo volle soprannominare suo padre.  Spogliandosi delle cose mondane egli divenne spiritualmente più ricco di chiunque altro, poichè la sua scelta estrema e radicale lo rese completamente libero da vincoli terreni e materiali. Quest’uomo di fede,  nato ad Assisi e vissuto a cavallo tra il XII e il XIII secolo , divenne così simile a Gesù al punto che dopo la sua morte cominciò ad essere venerato come l’ “Alter Christus” .

Sempre otto secoli fa un secondo “seme”  di pace  ci fu lasciato in eredità da un grande sovrano medievale: l’imperatore  Federico II Hohenstaufen.  Con il suo smisurato potere e la sua vasta cultura questo sovrano “illuminato”  riuscì a sottoscrivere una pace duratura tra popoli di etnia e di religione diversa.
Il suo disegno di pace si concretizzò nel 1229 , dopo il fallimento della quinta Crociata, allorché Federico II sottoscrisse una tregua di dieci anni con il Sultano d’Egitto (lo stesso Al Kamil che aveva incontrato Francesco dieci  anni prima). A quel tempo i Franchi combattevano contro i Saraceni, chiamati dai cristiani gli “infedeli” ,  e si viveva in un clima di guerre, lotte di potere, carestie, epidemie. Un’epoca in fondo non troppo diversa dall’attuale!
L’accordo di pace siglato da Federico II e il Sultano suo amico a Giaffa, nel febbraio del 1229, permise al sovrano svevo di riunire Oriente e Occidente e di entrare a Gerusalemme da vincitore, senza bisogno di usare le armi, evitando scontri, distruzioni e saccheggi . Il trattato diplomatico fu siglato tra due sovrani davvero “illuminati” che provarono a cambiare il mondo credendo negli stessi valori : la cultura, la spiritualità, l’onore, l’amicizia, la fede, la giustizia, il dialogo, la diplomazia, la pace.

La storia che vi racconto è ambientata in Terra Santa, nei territori latini del Regno di Gerusalemme, in quegli anni che vanno dal 1219 al 1229.  Non è una storia a lieto fine, purtroppo, poiché la pace raggiunta da Federico II e Al-Kamil non fu duratura.
Ma oggi, a distanza di otto secoli, quei due “semi” rimasti sepolti sotto terra, il primo lasciato da san Francesco nel 1219, e il secondo da Federico II  una decina di anni dopo, possono finalmente germogliare trasformandosi in azioni di speranza e di pace, in pensieri positivi e  costruttivi utili a superare le guerre e l’incertezza del nostro presente.

Tutto cominciò nel giugno del 1219, quando l’umile frate Francesco partì da Assisi per imbarcarsi da Ancona su una nave carica di crociati bolognesi diretti in Siria.
Il regno latino di Gerusalemme era ormai ridotto ad un’esigua fascia costiera, che si estendeva tra Siria e Palestina. La Città Santa di Gerusalemme, che il Saladino aveva occupato nel 1187, era ancora in mano ai Saraceni. Scopo delle Crociate era dunque riconquistare il principale luogo della cristianità: il Santo Sepolcro, la tomba di Cristo e il luogo della sua resurrezione!
Nella capitale del regno latino, San Giovanni d’Acri, ad attendere Francesco nell’estate del 1219 c’era frate Elia, sapiente alchimista, grande uomo di scienza, nonché architetto e diplomatico di fama. Fu lui che dopo la morte del proprio amico e maestro spirituale Francesco, seguì ad Assisi i lavori della doppia chiesa voluta da Gregorio IX nel 1228.
Ma tornando a quando Francesco era in vita è bene ricordare che il santo di Assisi inviò il suo fidato amico Elia nel 1217, ad inviare inelle terre lontane del Regno latino di Gerusalemme, assegnandogli una missione e il titolo di “Ministro di Siria e d’Oltremare”.
Non fu certo un caso, io credo, che la partenza di frate Elia verso la Siria coincise con l’anno d’inizio della V crociata. E’ altamente probabile che Francesco abbia voluto affidare il delicato compito diplomatico al suo fidatissimo e coltissimo amico frate Elia: preparare il terreno per un dialogo di pace tra Crociati e Saraceni, riprendere Gerusalemme e i luoghi santi della cristianità attraverso la diplomazia,  evitando guerre, devastazioni, spargimenti di sangue. Chi, se non il sapiente frate Elia, poteva essere il più adatto ad intraprendere una simile missione di pace in un terribile periodo di guerra? Francesco scelse Elia, io credo, non solo per la vasta cultura che il colto frate aveva in ogni campo e in ogni sapere, ma soprattutto per le sue riconosciute capacità diplomatiche che infatti, solo pochi anni dopo, lo avrebbero reso consigliere fidato sia dell’imperatore Federico II che del papa Gregorio IX.

beato-angelico-san-francesco-davanti-al-sultano-lindenau-museum-altenburg

Giunti a San Giovanni d’Acri, probabilmente tra fine luglio e inizio agosto del 1219, Francesco e gli altri frati partiti con lui si diressero a Damietta, città strategica che da oltre un anno veniva assediata dai Crociati,  in vista della riconquista di Gerusalemme e del Santo Sepolcro (1) .
Arrivato a Damietta, Francesco avrebbe voluto attraversare il campo nemico per andare a parlare con il Sultano, ma non poté farlo perchè non gli fu concesso il permesso dal legato pontificio Pelagio, un bellicoso e intransigente cardinale che alcuni storici ritengono il principale responsabile del fallimento della V crociata. Francesco e i suoi frati furono così costretti a restare nel campo dell’esercito crociato, assistendo impotenti per tutto il mese di agosto a scontri cruenti e a sanguinose battaglie.
Io credo che lo scopo ultimo di Francesco non fosse il martirio, come sostenuto da alcuni agiografi, ma fosse invece realizzare la pace tra Oriente e Occidente. Il Sultano veniva chiamato “il re perfetto” per la  personalità mite, per la vasta cultura e per la grande spiritualità che lo caratterizzavano. Alla sua corte c’erano molti Sufi, mistici musulmani che attorniavano Al-Kamil agendo sia da maestri spirituali che da fidati consiglieri politici e diplomatici.
Alla sanguinosa battaglia del 29 agosto del 1219 seguì una breve tregua, concessa dal Sultano e accettata dai Franchi, e fu probabilmente in quella circostanza che Francesco riuscì ad ottenere il tanto atteso permesso che gli avrebbe consentito di attraversare il campo nemico ed essere ascoltato dal Sultano.
Come quell’improbabile incontro tra l’umile frate di Assisi e il potentissimo sovrano d’Egitto possa avere avuto luogo resta un mistero. Personalmente ritengo che sia stato possibile grazie alle mosse diplomatiche adottate da frate Elia durante la sua permanenza nel Regno latino e in Terra Santa, tra il 1217 e il 1219, anni in cui il Ministro d’Oltremare e di Siria avrebbe creato relazioni amichevoli con i sacerdoti Sufi che si trovavano alla corte del Sultano.
Fu così, io credo, che Francesco riuscì, non solo ad incontrare e a parlare con Al-Kamil, rimanendo presso la sua corte per parecchi giorni, ma anche ad avviare con il Sultano un dialogo interreligioso tra cristiani, ebrei e musulmani nel nome dell’ unico Dio. Ciò peraltro non deve stupire: i primi fratti Francescani e i mistici Sufi avevano molto in comune: entrambi avevano fatto voto di povertà ed entrambi indossavano un abito di lana estremamente semplice e dotato di cappuccio (ricordiamo che Suf in arabo vuol dire lana).

predica_sultano_s_croce_fi

Fu così che Francesco fu accolto con amicizia e ospitalità dal Sultano d’Egitto e dai monaci Sufi di religione islamica, e in ciò concordano tutte le fonti e le cronache del tempo giunte fino a noi.
Furono giorni nei quali si parlò di pace, e furono giorni di preghiera.

Ritengo che l’incontro avvenuto tra Francesco e il Sultano abbia in qualche modo preparato il terreno per lo storico successivo incontro, di natura politica e diplomatica, che esattamente 9 anni dopo, sempre al tempo della V crociata, avrebbe avuto luogo tra Federico II e  Al-Kamil.
Era il 17 marzo del 1229 quando i due potenti sovrani (che peraltro sarebbero rimasti amici fino alla morte del Sultano avvenuta nel 1237) giunsero allo storico accordo di pace che avrebbe potuto cambiare le sorti di Oriente e Occidente, evitando guerre future, se solo le cose fossero andate diversamente.
Il giorno dopo la sua entrata in Gerusalemme, il  18 marzo del 1229, Federico II Hohenstaufen entrò da vincitore all’interno della chiesa del Santo Sepolcro, seppure fosse ancora scomunicato, recando con sé la sua corona di imperatore cristiano e di re del regno latino.
Grazie al suo operato i luoghi santi di Gerusalemme,  Nazareth e Bethlemme erano finalmente tornati ai cristiani e l’accordo siglato con il Sultano prevedeva un armistizio di dieci anni tra i due eserciti nemici.
Fu quella l’unica Crociata della storia che si concluse pacificamente, senza guerre e senza saccheggi: Gerusalemme era stata liberata, il Monte del Tempio rimaneva accessibile a tutti, e da quel momento vi avrebbero potuto pregare insieme pellegrini e devoti di religione diversa, cristiani, ebrei, musulmani, ognuno a pregare secondo il proprio rito e secondo la propria tradizione.

Alla luce di questi fatti storici possiamo concludere che il viaggio a Damietta intrapreso nove anni prima dall’umile frate Francesco non fu un fallimento, ma che al contrario costituì un presupposto importante, se non determinante, per la successiva trattativa di pace sottoscritta nel 1229 da Federico II e Al-Kamil, lo stesso sultano che nel 1219 aveva ospitato Francesco per molti giorni, come concordano tutte le fonti, pregandolo di rimanere con lui.
San Francesco, grazie all’ aiuto di frate Elia, avrebbe dunque in qualche modo aperto la strada a successive trattative diplomatiche che avrebbero avuto luogo tra il potente imperatore svevo e il Sultano d’Egitto, creando le premesse affinché l’imperatore scomunicato potesse riottenere Gerusalemme attraverso una crociata pacifica, l’unica crociata della storia vinta unicamente attraverso la diplomazia.

(1) La successiva presa di Damietta, il rifiuto del cardinale Pelagio di accettare le trattative di pace offerte dal Sultano, la prosecuzione degli scontri, avrebbero portato poco tempo dopo alla perdita definitiva di Damietta, decretando il fallimento della  V crociata 

di Antonella Bazzoli, 16 marzo 2020 (aggiornato il 28 maggio 2024)