Nel piccolo borgo montano di Cocullo, in provincia de L’Aquila, si svolge da secoli una festa religiosa assolutamente originale e direi unica nel suo genere, che mescola la devozione popolare al folklore e alla tradizione, trasportando chi vi prende parte indietro nel tempo, non solo nei secoli del medioevo ma ancora più indietro, in un’epoca remota che ci parla di guerrieri italici e di antiche dee…
Sto parlando della Festa dei Serpari, un appuntamento di grande richiamo turistico, folklorico e religioso, che attira a Cocullo migliaia di visitatori il primo di maggio di ogni anno.

Per comprendere la tradizionale festa abruzzese, occorre risalire alle origini del culto di San Domenico, monaco di origini umbre vissuto intorno all’anno 1000 tra Lazio e Abruzzo, che a Cocullo viene portato in processione avvolto da un groviglio di serpenti.
L’aspetto più spettacolare del corteo è infatti la presenza dei serpenti che vengono catturati dai cosiddetti “serpari” negli ultimi giorni di aprile, quando è facile trovare ancora i rettili nei boschi, nei pressi delle loro tane, ancora intorpiditi dal letargo invernale.
I serpari di Cocullo li ospitano per qualche giorno nelle loro case, deponendoli in sacchi di tela e riservando loro ogni attenzione in attesa della festa del 1 maggio: subito dopo la celebrazione religiosa, il simulacro del santo uscirà dalla chiesa e si fermerà sul sagrato dove i serpari sistemeranno i serpenti intorno alla testa e al collo della statua del santo.
Mentre il corteo sfila per le vie del paese, i rettili si muovono molo lentamente, attorcigliandosi e scivolando sinuosi lungo le pieghe del manto, o intorno alla barba e ai capelli posticci del santo.
E’ ancora viva la credenza che dalle forme assunte dal groviglio di serpenti si possano trarre auspici sull’andamento dei raccolti e della stagione agricola.
Dopo la festa, i rettili verranno riportati sani e salvi presso le loro tane da dove erano stati prelevati, a dimostrazione del grande rispetto che i serpari di Cocullo riservano ai loro amici striscianti.
La festa e i suoi rituali si ricollegano all’arcaico popolo dei Marsi e al loro culto per la dea Angizia.
Con la diffusione del cristianesimo quei riti precristiani furono gradualmente abbandonati, nella Marsica come altrove, e ciò avvenne spesso attraverso un lento processo di assimilazione che attecchì più facilmente laddove nuove figure di martiri e di santi seppero far propri attributi, simboli e tradizioni già appartenuti a divinità locali preesistenti. Fu così che a Cocullo il culto medievale per San Domenico andò a sostituire definitivamente i culti precristiani, compreso quello per la dea Angizia.
ANGIZIA, LA DEA DEI SERPENTI
Questa divinità femminile di origine frigia, un tempo venerata dal valoroso popolo dei guerrieri Marsi, si lega strettamente al mondo ctonio dei serpenti, ed è sorprendente come la memoria del suo culto in qualche modo sopravviva attraverso i riti ancora oggi praticati dai serpari di Cocullo all’inizio di maggio.

Nell’assistere da spettatori alla festa viene da chiedersi: perchè a Cocullo i serpenti siano considerati sacri e vengano addirittura benedetti dal sacerdote, mentre nella tradizione giudaico-cristiana il serpente è considerato negativamente, addirittura identificato con il Male quale simbolo della tentazione, come si evince dal Libro della Genesi nell’episodio del peccato originale.
Andando a scavare nelle consuetudini dei popoli italici che un tempo abitavano queste zone montuose dell’Abruzzo, scopriamo che il culto dei serpenti era qui praticato ancor prima che arrivassero i Romani, come dimostrano vari ritrovamenti archeologici e i toponimi locali.
Basti pensare, ad esempio, al famoso manufatto della dea Angizia che tiene in mano un rettile, rinvenuto nel bacino lacustre del Fucino, lungo le cui sponde anticamente i Marsi si erano insediati.
Persino il moderno toponimo Luco dei Marsi, dal latino lucus che sta a significare “bosco sacro” (con riferimento alla radura nel bosco dedicata ad Angizia di cui parla anche Virgilio nell’Eneide) contribuisce a spiegare la familiarità e il rispetto che gli abitanti di Cocullo nutrono verso i loro amici rettili.
Il comune di Luco dei Marsi fu un importante centro politico e religioso, già sede di un santuario federale dei Marsi, e tale rimase fino a quando la guerra sociale degli inizi del I secolo a.C. (il cosiddetto bellum marsicum) avrebbe portato alla nascita del municipio romano di Anxa-Angitia (altro toponimo significativo).
Sappiamo che gli antichi Marsi erano dei guerrieri valorosi e dei lottatori imbattibili, tanto da venire ingaggiati dai Romani come gladiatori per la loro forza fisica. Sappiamo inoltre che in virtù delle loro abilità nell’utilizzare erbe selvatiche a scopo terapeutico e nel preparare veleni e antidoti, i Marsi furono molto apprezzati e ricercati come maghi e guaritori.
Parlando dei vari popoli impegnati nella battaglia tra Turno ed Enea, Virgilio così descriveva un guerriero proveniente dalla Marsica: “Era gran ciurmatore e con gli incanti e col tatto ogni serpe addormentava. De gl’idri, de le vipere e de gli aspi placava l’ira, raddolciva il tosco, e risanava i morsi” (Eneide,VII, 1149-1153).
Secondo il greco Licofrone, e più tardi secondo Plinio il Vecchio, i Marsi avrebbero appreso i loro poteri taumaturgici dalla dea Circe, maestra per eccellenza nel manipolare le erbe e nell’incantare i serpenti.
Tutto ciò contribuì ad accrescere la fama dei Marsi come guaritori e cominciò a diffondersi una leggenda che li voleva immuni dai morsi velenosi.
L’ antica arte di ammaestrare i rettili, trasmessa di padre in figlio attraverso i secoli, si sarebbe così conservata fino ai giorni nostri, seppure tra continui adattamenti e trasformazioni.

Ma non finisce qui.
Il legame tra la dea, la cultura marsica e il culto ofidico si chiarisce ulteriormente anche alla luce del mito.
Tre erano infatti le figlie di Eete: Angizia, Medea e Circe. Delle tre sorelle soltanto Angizia ricevette però gli onori divini, in virtù della sua sapienza nell’arte della magia e dell’utilizzo delle erbe a scopo terapeutico.
Poteri magici, quelli di Angizia, che furono cantati anche dal poeta abruzzese Silio Italico, con questi suggestivi e impressionanti versi:
“Æetæ prolem Anguitiam, mala gramina primam monstravisse ferunt, tactuque domare venena, et lunam excussisse polo, stridoribus amnes frenantem, ac silvis montes nudasse vocatis” (Punicae,VIII, 498-501)
Versi che tradotti dal latino suonano così:
“Angizia, figlia di Eete, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo, con le grida i fiumi tratteneva, e chiamandole spogliava i monti delle selve” .






































